In questi giorni Danilo Manera, albese, docente e studioso in ambito ispanistico, narratore e traduttore, giornalista e consulente editoriale si trova a Santo Domingo. L’abbiamo raggiunto telefonicamente per chiedergli una testimonianza sul terremoto che ha devastato la vicina Haiti.
Ha sentito il terremoto?
«Abbiamo sentito una scossa, tutto barcollava per qualche secondo. Ma è durato poco e non ha fatto danni. La metropolitana è stata ferma solo per precauzione. Poi c’è stato un allarme tsunami, subito rientrato. Ora è tutto normale. La disgrazia si è concentrata sulla vicina Haiti».
Ha conoscenti o amici dispersi? Sono italiani?
«Ho diversi amici haitiani, soprattutto scrittori, con cui non riesco a comunicare, perché non funzionano né telefono né Internet. Quanto agli italiani, la nostra ambasciata (da qui, perché l’Italia non ha sede diplomatica ad Haiti) cerca di contattare i residenti nella parte occidentale dell’isola, ma non è semplice».
Qual è il clima che si vive?
«Fin da martedì scorso c’era un’atmosfera fuori dal comune: un vento grigio, uno strano silenzio, in questa metropoli che è tra le più rumorose e festaiole al mondo. Certo, con il senno di poi è facile interpretare quei segnali, allora non ci ho fatto caso. Adesso c’è moltissima preoccupazione. Nella Repubblica dominicana vivono oltre un milione di haitiani, che svolgono lavori umili, specie nei campi di canna da zucchero o nei cantieri edili. Vorrebbero notizie dei familiari e nessuno può fornirle. Inoltre, si teme un’ondata di migrazione verso la parte orientale dell’isola, che pur essendo un Paese in via di sviluppo per i diseredati di Haiti è un miraggio».
Che cosa può dire dei soccorsi?
«Le autorità dominicane hanno subito inviato acqua, cibo e medicine, specialisti in strade e telecomunicazioni, infermerie e cucine da campo. Hanno allestito a Jimaní un centro d’emergenza e rafforzato gli ospedali lungo la frontiera, dove si riversano migliaia di feriti. È uno sforzo enorme per un Paese non ricco, che condivide l’isola con il popolo più povero delle Americhe. Non solo da Stati Uniti ed Europa, ma dall’intera America latina arriva solidarietà. Quasi tutta si concentra qui (le organizzazioni internazionali e le Ong stanno riempiendo gli hotel di Santo Domingo), perché ci sono poche piste utilizzabili ad Haiti, mentre alcune direttrici terrestri sono aperte».
Un terremoto di proporzioni devastanti ad Haiti: piove sempre sul bagnato?
«Il Paese è sovrappopolato e stremato dai soprusi di dittature e false democrazie, tra violazioni dei diritti civili e corruzione dilagante. Più della metà degli 8 milioni di abitanti, neri al 95 per cento, è analfabeta, disoccupata e denutrita. Sono carenti tutti i servizi di base e persino l’acqua potabile, così le epidemie dilagano. Le principali fonti di reddito sono le rimesse degli emigrati, i proventi del transito di droga e gli aiuti umanitari. Ora sono crollate sia le baraccopoli di cartone che i palazzi del potere. C’è da augurarsi che la catastrofe spinga a cercare soluzioni per Haiti, che si affaccia alle cronache per i disastri. La presenza della forza di pacificazione dell’Onu non ha risolto nulla. Intenti a pensare alla nostra crisi economica abbiamo dimenticato che ci sono popoli che vivono con pochi spiccioli al giorno. Haiti ci ricorda la sua tragica sventura, ma anche gli squilibri e le ingiustizie».
Adriana Riccomagno
da Gazzetta d'Alba