Nella Granda si conferma un dato che Gazzetta ha evidenziato da tempo: il 74,3 per cento
delle pensioni è inferiore al migliaio di euro al mese: 186.725 persone vivono
cioè con risorse molto limitate. E, guardando a fondo, si scopre una realtà
anche più drammatica: sono 115.794 i pensionati costretti a sbarcare il lunario
con meno di 500 euro ogni trenta giorni. La storia di Stella ne è un esempio.
Il 44 per cento dei piemontesi, poco meno della metà dunque, è in pensione. Su 4.352.828 sabaudi 1.903.654 non lavorano più e vivono con l’assegno di vecchiaia (il 38,4 per cento), di reversibilità (il 28,7), di anzianità (il 20,3) e d’invalidità (il 12,4). Così – medesima percentuale – accade per i cuneesi: i pensionati nella Granda sono 251 mila su una popolazione di 573.736 residenti. L’invecchiamento di regione e provincia – comune a tutte le aree ricche – è sotto gli occhi di tutti e si tocca con mano anche guardando da questa prospettiva. Andando nel dettaglio, la quota più alta dei pensionati cuneesi (77.502) ha un’età compresa tra i 70 e gli 80 anni, oltre 66 mila sono over ottanta e 6.500 godono dell’assegno previdenziale con meno di 40 anni. Tra i 55 e 65 anni troviamo un’altra bella fetta di persone, 73.200.
Reddito. E attraverso i numeri dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) si può valutare anche il reddito dei pensionati, che non paiono sorridere troppo. Nella Granda si conferma un dato che Gazzetta ha evidenziato da tempo: il 74,3 per cento degli assegni è inferiore al migliaio di euro al mese: 186.725 persone vivono cioè con risorse molto limitate. Guardando a fondo, si scopre una realtà anche più drammatica: sono 115.794 i pensionati costretti a sbarcare il lunario con una cifra inferiore a 500 euro.
I numeri. Le pensioni che viaggiano tra i mille e i duemila euro sono il 20,7 per cento (34.798 tra i mille e i 1.500 euro e 17.608 tra i 1.500 e i duemila); quelle da duemila euro in su appena il 5 per cento, con 7.409 trattamenti che si collocano tra duemila e 2.500 euro e 5.423 che vanno oltre. La media piuttosto bassa degli importi è determinata dal tipo di trattamento: in provincia di Cuneo gli ex lavoratori autonomi – con assegni mensili più bassi – sono il 46,8 per cento, mentre in Piemonte la percentuale è al 26,8; gli ex dipendenti sabaudi sono infatti il 73,2 per cento, quelli cuneesi solo il 53,2 per cento, con un’oscillazione del venti per cento, in grado di determinare il livello ben più modesto dei trattamenti pensionistici nella Granda.
La beffa. In questa situazione, l’aumento – chiamiamolo così – che i pensionati percepiranno dal primo gennaio ha davvero il sapore di una beffa: da questo mese avranno diritto a un incremento – calcolato sulla base del rilevamento Istat, rispetto al costo della vita – dello 0,7 per cento, il più basso mai registrato dal 1996, anno in cui venne introdotta la perequazione automatica annuale degli assegni previdenziali. Significa la bella cifra di sei euro lordi al mese, tanto che le organizzazioni dei pensionati sono sul piede di guerra. La Cisl provinciale per bocca del suo segretario Giancarlo Panero ribadisce le rivendicazioni della categoria: «Ci sono tutte le motivazioni per rilanciare la vertenza. Si tratta di difendere il potere d’acquisto degli assegni pensionistici, in un momento in cui i lavoratori hanno firmato contratti collettivi che prevedono aumenti medi di 110 euro per il prossimo triennio. Sul piano nazionale chiediamo un nuovo paniere Istat, un aumento reale delle pensioni e una riduzione delle imposte sulle pensioni per incrementarne il valore e rilanciare i consumi. A Regione, Provincia e Comuni chiediamo invece di contenere le tariffe di loro competenza».
Il tradimento. Rincara la dose il segretario albese dei pensionati Cisl Franco Versio: «La perdita di potere d’acquisto delle pensioni è stata evidenziata per l’ennesima volta dagli adeguamenti irrisori sugli assegni previdenziali, aumenti che spesso sono rimangiati con gli interessi, a causa dei meccanismi che i pensionati ben sperimentano nelle loro tasche, per via delle tasse locali. Il Governo ha tradito i pensionati, specie quelli con redditi bassi, facendo nulla per permettere loro di recuperare almeno in parte quanto perdono a causa dell’aumento del costo della vita. I trattamenti di importo minimo sono stati i più esposti al vortice dei prezzi del decennio scorso, con l’introduzione dell’euro, e non si sono più ripresi. Occorre un paniere ad hoc per i pensionati sul quale calcolare l’inflazione per indicizzare le pensioni». m.g.o.
STELLA NON VUOLE L'ELEMOSINA
Si capisce che la casa è lo specchio del suo modo d’essere: linda, ordinata, affetti in primo piano, mobili e pavimenti tirati a specchio, fotografie. Stella mi accoglie sul pianerottolo di una vecchia, dignitosa abitazione con la voce dolce, il sorriso negli occhi, le mani impacciate. Abita in questa casa da decenni e per fortuna paga solo 200 euro al mese, dice. Altrimenti non ce la farebbe proprio. Sessantasei anni, in pensione da sei, una vita di lavoro, risparmi e dignità, frasi misurate, anche nel raccontare la povertà, una parola che non vorrebbe pronunciare. Però si può essere poveri ad Alba. Si può essere poveri dopo una vita di lavoro. Da piemontese Stella – non è il suo vero nome – non vuole farsi riconoscere, ma intende raccontarsi, perché la storia è comune e parlarne può far uscire qualcuno dalla vergogna. Per molti, che non vogliono raccontare, avere una pensione da poche centinaia di euro è un fallimento. Quel che Stella ancora non sa – e che Gazzetta documenta in queste pagine – è di essere solo uno dei 115 mila pensionati cuneesi a meno di 500 euro al mese.
Il lavoro. «Venticinque anni in fabbrica non sono serviti», ricorda Stella. «A trentacinque anni ho lasciato il lavoro, perché mia madre si è ammalata di Alzheimer e dovevo starle accanto. Quando avrei potuto riprendere ne avevo più di quaranta e nessuno mi assumeva. Così ho trovato impiego a mezza giornata in una famiglia. Avevo due figlie da crescere. Quando ho dovuto lasciare a causa dell’artrosi – sono invalida all’85 per cento, ma non percepisco pensione – mi sono ritrovata con un ben misero assegno, poi integrato al minimo. La mia pensione ammonta a circa 440 euro mensili e a gennaio ho avuto la sorpresa di trovarne quasi 6 in meno. Una vergogna! Per fortuna mio marito, che era meccanico, porta a casa 700 euro. Non è molto. In due arriviamo a 1.100 euro al mese. Di solito non ne parlo, perché mi vergogno. Mi sembra che gli altri stiano meglio».
Come tira avanti Stella? «Pago 200 euro al mese di affitto. Appena è arrivata la tredicesima, l’ho messa da parte per pagare il riscaldamento. Per il vitto vado al discount e al mercato, per i vestiti mi servo da Gira e rigira (un negozio di usato) e per le scarpe mi limito a un paio l’anno, anche se mi servono calzature particolari. Per fortuna, mio marito, anche lui in pensione, ha un orto da coltivare, che ci fornisce di verdura. Per questo mese ho già fatto i conti: non ce la facciamo, c’è il riscaldamento, la luce, il gas, l’abbonamento alla televisione (che è aumentato, di poco, come il resto, ma per me anche una manciata di euro incide). Le vacanze? Al massimo andiamo a fare un picnic a Bossolasco».
Che cosa farà? «Darei le testate nel muro. Ho due figlie sposate, ma non posso certo chiedere il loro aiuto. E non voglio nemmeno piangermi addosso (dice “fare il pioröt”, in piemontese). Userò la tredicesima di mio marito, che pure avevo tenuto da parte per le evenienze peggiori: accadono sa, di recente, mi sono rotta un piede e mi sono dovuta curare da un medico privato, spendendo. Per fortuna non pago il ticket sui medicinali: ne utilizzo molti perché ho problemi di salute. L’aumento della pensione dello 0,7 per cento mi offende, è un’elemosina. Almeno il Governo di Romano Prodi ci aveva dato la quattordicesima...». m.g.o.
da Gazzetta d'Alba