Incontro. La presidente Fidapa Fiorenza Bruno e la consigliera Fabiola Martini parlano
con Anna Maria Castiliano, vicepresidente dell’Andos.
La storia. Il problema del cancro alla mammella riveste una notevole importanza
per la salute femminile e l’Andos albese ha da tempo attivato molte iniziative.
Castiliano racconta la sua vicenda di donna operata al seno trent’anni fa.
La Federazione italiana donne arti professioni affari (Fidapa) di Alba ha incontrato alcune donne e dialogato su temi d’interesse comune, con un occhio attento al femminile e uno al sociale. Le interlocutrici sono tutte impegnate a vario titolo nelle associazioni cittadine e Gazzetta si presta questa volta a fare da veicolo per diffondere la conoscenza delle importanti attività, “cedendo” l’intervista per cogliere appieno le richieste che vengono dal mondo colorato di rosa. In questo numero, la presidente Fidapa Fiorenza Bruno e la consigliera Fabiola Martini parlano con Anna Maria Castiliano, vicepresidente dell’Associazione nazionale donne operate al seno (Andos). Il problema del cancro alla mammella riveste una notevole importanza per la salute femminile e l’Andos albese ha da tempo attivato molte iniziative.
Com’è entrata nell’associazione, Anna Maria?
«Sono stata operata al seno trent’anni fa e sono entrata nel gruppo quando è stato fondato, nel 1988, grazie all’impegno della compianta Patrizia Gosso. Eravamo quattro o cinque, oggi le iscritte sono oltre 130».
Di che cosa vi occupate?
«Stiamo vicino alle donne operate, facendo capire che dal cancro si può guarire e si può continuare a vivere. Le malate vengono informate della possibilità d’incontrarci, se lo desiderano. Si tratta di un sostegno psicologico importante».
Che cosa prova una donna che deve subire l’operazione?
«Per la mia esperienza, durante l’attesa per l’operazione, un mese, mi è sembrato d’impazzire. Dopo l’intervento, che si svolse a Milano, venni lasciata sola. Non ero più come prima: non sapevo se il tumore si sarebbe ripresentato e non avevo punti di riferimento. Il momento critico è quando si torna a casa, per questo è importante avere un supporto».
Quando ha scoperto di essere malata?
«Sono sempre stata “impallinata” della prevenzione. Il seno, troppo grande per il mio fisico, è sempre stato pieno di adenomi e dolente al ciclo: per questo facevo autopalpazione. Trent’anni fa non era conosciuto il senologo, c’era solo il ginecologo, e quando gli mostrai il “granello” che avevo trovato nella parte alta del seno destro mi disse di non preoccuparmi: era una cisti e si sarebbe sgonfiata. Ma il “granello” non se ne andava e chiesi di toglierlo: il medico, vedendomi così ansiosa, acconsentì. I tempi erano diversi da oggi e non mi propose nemmeno un’ecografia o una mammografia. Mio marito mi spinse a farmi operare alla fine dell’anno scolastico: facevo l’insegnante, avevo 39 anni e due bambini piccoli».
Che cosa accadde?
«Ero preoccupata e decisi di non andare in vacanza finché non avessi avuto l’esame istologico. Un sabato, alle mie insistenze per sapere, mio marito mi disse che il referto era arrivato e c’era qualche problema. Mi dovetti appoggiare al muro di via Maestra per riprendermi. Era estate e non sapevamo a chi rivolgerci: contattammo un’amica, Giovanna Bergui, cui chiesi d’indicarmi il centro migliore. Fu lei a prenotarmi il primo appuntamento a Milano, dove venni operata. Mi tolsero il seno, il piccolo e il grande pettorale, con un taglio di 47 punti: l’obiettivo, allora, era eliminare il più possibile, per sicurezza. Oggi non si fa più quel tipo di operazione, ci sono i quadranti e il linfonodo sentinella, grazie a Umberto Veronesi. Ero talmente devastata che non volli nemmeno più operarmi per la ricostruzione. A quei tempi, inoltre, era molto più frequente il linfedema, l’ingrossamento del braccio dovuto all’accumulo della linfa non più filtrata dopo l’asportazione dei linfonodi. Fu proprio l’Andos di Alba a interessarsi della formazione di infermiere per il linfodrenaggio e oggi le donne testimoniano che i tempi di attesa sono minimi».
Quale fu il momento peggiore per lei?
«La diagnosi stordisce: non pensi di superare il problema, nonostante la percentuale odierna di guarigioni sia elevatissima. Quando ho salutato i miei cari dal finestrino dell’auto che mi portava a operarmi, pensavo fosse l’ultima volta. Poi, nel reparto, sei una persona che non sta bene in mezzo ad altri malati. Il peggio è tornare a casa, anche se grazie ad associazioni come l’Andos ora si parla di centralità della donna, i medici danno il cellulare per chiamare in caso di necessità ed esiste un buon supporto. L’operazione al seno resta comunque un problema per la donna: dopo ti devi accettare senza il seno, che è simbolo di maternità, sessualità, sensualità. È un “lutto” che colpisce un organo particolare».
Che cosa consiglia alle donne?
«La malattia non dà avvisaglie. Bisogna farsi vedere, prevenire. Consiglio l’autopalpazione una volta al mese e, dopo una certa età, la visita dal senologo, non perché si sia malate, ma per rimanere sane».
Adriana Riccomagno
da Gazzetta d'Alba