Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione antimafia di Palermo, ad Alba. «Mentre nei luoghi tradizionali in cui si annidava la malavita mafiosa sta attraversando difficoltà e c’è maggiore partecipazione della gente per contrastarla, nel Settentrione si moltiplicano gli insediamenti e gli investimenti»
ALBA - Impegno e mobilitazione. Lo hanno voluto mettere in campo un gruppo di giovani albesi, che martedì 28 ottobre – nel quadro della giornata organizzata dal presidio Liberi tutti per Mauro Rostagno –, hanno organizzato un appuntamento al quale è stato ospite Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo dal 1992. Gazzetta gli ha posto alcune domande.
Dottor Ingroia, qual è il significato di incontri come questo e della sua partecipazione?
«Credo che l’incontro con gli studenti da parte dei magistrati, in particolare di quelli che hanno avuto certe esperienze sul campo, con la mafia o no, sia importante sia per gli studenti che per noi. Per i ragazzi è importante perché occorre colmare un vuoto dell’informazione su come sono andate le cose nel passato e sulla situazione odierna dello scontro fra legalità e illegalità, fra mafia e antimafia: queste iniziative aiutano il confronto sul tema della cultura della legalità, che non sempre è al centro dell’attenzione come dovrebbe. D’altro canto, viene offerta ai magistrati la possibilità di uscire dal chiuso dei palazzi e confrontarsi con l’immagine che i giovani hanno della legge e della giustizia, di capire meglio come la nostra immagine è percepita all’esterno, nella società».
I media rimandano l’idea di una nuova coscienza giovanile su certi temi: è un’immagine reale?
«Sono abbastanza ottimista su questo punto. Ci sono stati anni di assopimento della nostra società e dei giovani, che mettevano l’impegno in secondo piano rispetto ad altre priorità. Oggi si riscontra una nuova attenzione da parte dei ragazzi, che al Sud si mobilitano in maniera forte contro fenomeni come la mafia, ma anche a livello nazionale su temi che riguardano gli studenti, come il diritto all’informazione e allo studio. Mi sembra che l’impegno dei giovani sia simile a quello dei miei tempi, di quando ero uno studentello».
Di recente sono stati sequestrati alla mafia due alloggi anche a Cuneo. È un problema che sta coinvolgendo il Nord?
«Ci sono aspetti positivi nella lotta alla mafia, altri meno. Mentre nei luoghi tradizionali in cui si annidava la mafia sta attraversando un momento di difficoltà operativa e c’è maggiore partecipazione della gente – un consenso, seppur non unanime, ma esteso a un’ampia fetta di popolazione sulla cultura della legalità –, al contrario, nel Nord si moltiplicano gli insediamenti e gli investimenti mafiosi, che proprio nel Settentrione la vanno radicando: bisogna aumentare il livello di attenzione».
Possiamo fare qualcosa?
«Ciascuno può fare qualcosa. L’opera degli organi d’informazione nazionali e locali è preziosa; bisogna uscire dai luoghi comuni e dai cliché per fare ricerca, il buon vecchio giornalismo d’inchiesta. Proprio da incontri come quello di Alba emerge che molti italiani e molti giovani hanno una grande sete di informazione. Con queste assemblee e conferenze possiamo fare qualcosa, ma il compito principale è dell’informazione».
Adriana Riccomagno
da Gazzetta d'Alba
05-11-2008